frammenti del cap 20 + pezzi tagliati
Shopping con Alice
La macchina era lucida, nera e potente. I finestrini erano tinti nero limousine. Il motore faceva le fusa come un grosso gatto mentre correvamo nella notte profonda.
Jasper guidava con una mano sola, apparentemente senza prestare attenzione, ma la macchina poderosa volava avanti con perfetta precisione.
Alice era seduta con me sulla pelle nera del sedile posteriore. In qualche modo, nella lunga notte, la mia testa era finita contro il suo collo granitico, le sue braccia fredde intorno a me, e la sua guancia premuta contro la cima della mia testa. Il davanti della sua sottile camicia di cotone era freddo, bagnato dalle mie lacrime. Talvolta, se il mio respiro diventava pesante, lei mormorava in modo rassicurante; con la sua voce, acuta e veloce, gli incoraggiamenti suonavano come se li stesse cantando. Per tenermi calma, mi concentrai sul tocco freddo della sua pelle; era come se fosse un contatto fisico con Edward. Entrambi mi assicurarono – quando realizzai, in preda al panico, che tutte le mie cose erano ancora nel pick up – che lasciarle dietro era necessario, qualcosa a che fare con l’odore. Mi dissero di non preoccuparmi per vestiti o soldi. Cercai di fidarmi di loro, facendo uno sforzo per ignorare quanto stessi scomoda nei vestiti di Rosalie. Era una cosa banale di cui preoccuparsi.
Sull’autostrada dritta, Jasper non guidò mai la macchina imponente sotto le centoventi miglia all’ora. Sembrava completamente inconsapevole dei limiti di velocità, ma non vedemmo mai una sola macchina di pattuglia. Le uniche pause nella monotonia del viaggio furono le due soste che facemmo per la benzina. Notai indolentemente che Jasper entrò per pagare entrambe le volte.
Il sole iniziò a sorgere quando eravamo da qualche parte a nella California del nord. Guardai con occhi asciutti e doloranti la luce grigia che attraversava veloce il cielo privo di nuvole. Ero esausta, ma il sonno mi aveva eluso, la mia mente troppo piena di immagini disturbanti per rilassarsi nell’inconscienza. L’espressione distrutta di Charlie – il ringhio brutale di Edward, i denti scoperti – lo sguardo affamato del segugio – l’espressione impotente di Laurent – la morte negli occhi di Edward dopo che mi aveva baciato l’ultima volta; come diapositive si illuminavano veloci davanti ai miei occhi, le mie emozioni si alternavano tra paura e disperazione.
A Sacramento, Alice volle che Jasper si fermasse per prendermi del cibo. Ma io scossi stancamente la testa, e lo istruii con voce rauca di continuare a guidare.
Poche ore dopo, nella periferia di Los Angeles, Alice gli parlò di nuovo dolcemente, e lui uscì dall’autostrada al suono delle mie deboli proteste. Dall’autostrada era visibile un grande magazzino, lui guidò in quella direzione, entrando nel garage, al livello sotterraneo per parcheggiare.
“Resta in macchina,” lo istruì lei.
“Sei sicura?” suonava preoccupato.
“Non vedo nessuno qui,” disse lei. Lui annuì, consenziente.
Alice mi prese per mano e mi trascinò fuori dalla macchina. Tenne la presa sulla mia mano, tenendomi vicina al suo fianco mentre uscivamo dal parcheggio buio. Lei costeggiò i confini del garage, tenendosi nell’ombra. Notai come la sua pelle sembrava risplendere nella luce che si rifletteva dal marciapiede. Il centro commerciale era affollato, passarono diversi gruppi di acquirenti, alcuni di loro voltarono le teste per guardarci passare.
Camminammo sotto un ponte che portava dal piano superiore del parcheggio al secondo piano di un magazzino, tenendoci sempre fuori della traiettoria della luce del sole.
Una volta dentro, sotto le luci fluorescenti del centro, Alice non sembrava più così straordinaria – soltanto una ragazza pallida come il gesso, con occhi vigili ma scuri e capelli acconciati in punte nere. I cerchi sotto i miei occhi, ne ero sicura, erano più evidenti dei suoi. Continuavamo ad attirare l’attenzione di chiunque guardasse nella nostra direzione. Mi chiesi cosa pensassero di vedere. La delicata, danzante Alice, con il suo straordinario viso d’angelo, vestita in un sottile tessuto chiaro, che non esaltava abbastanza il suo pallore, mano nella mano con me, chiaramente guidandomi, mentre mi strascicavo stancamente in vestiti costosi ma che non mi stavano bene, i miei capelli attorcigliati in nodi lungo la mia schiena.
Alice mi guidò con decisione verso il reparto del cibo.
“Cosa vuoi mangiare?”
L’odore dei cibi oleosi mi rivoltò lo stomaco. Ma gli occhi di Alice non erano aperti a persusasione. Chiesi senza entusiasmo un panino al tacchino.
“Posso andare al bagno?” chiesi mentre ci dirigevamo verso la fila.
“Okay,” cambiò direzione, senza mai lasciare andare la mia mano.
“Posso andare da sola.” L’atmosfera di luogo comune del generico magazzino mi faceva sentire più normale di quanto mi fossi mai sentita dalla nostra disastrosa partita la notte scorsa.
“Mi dispiace, Bella, ma Edward leggerà nella mia mente quando sarà qui, e se vede che ti ho persa di vista per un minuto...” lasciò cadere il discorso, restia a contemplare le terribili conseguenze.
Almeno aspettò fuori dal bagno, nell’ingresso affollato. Mi lavai sia la faccia che le mani, ignorando gli sguardi allarmati delle donne intorno a me. Provai a pettinarmi i capelli con le dita, ma mi arresi quasi subito. Alice mi prese la mano sulla porta, e tornammo lentamente nella fila del cibo.
Mi stavo strascicando, ma lei non sembrava essere impaziente con me.
Mi guardò mangiare, prima lentamente e poi più veloce come mi ritornò l’appetito. Scolai la soda che mi aveva portato così velocemente che lei mi lasciò per un momento – senza però togliermi mai gli occhi di dosso – per prenderne un’altra.
“Il cibo che mangi tu è decisamente più conveniente,” commentò quando finii, “ma non sembra molto divertente.”
“Cacciare è più esaltante, immagino.”
“Non hai idea.” Lei mostrò una lunga fila di denti scintillanti e le teste di diverse persone si girarono nella nostra direzione.
Dopo aver buttato via i nostri avanzi, mi guidò nei lunghi corridoi del centro commerciale, i suoi occhi luminosi quando vedeva qualcosa che avrebbe voluto, trascinandomi a ogni fermata.
Si fermò un momento ad una costosa boutique per comprare tre occhiali da sole, due da donna e uno per uomo. Notai il commesso guardarla con una nuova espressione quando lei gli tese un’insolita carta di credito nuova attraversata da strisce dorate. Trovò un negozio di accessori dove prese una spazzola e degli elastici per capelli.
Ma non iniziò a lavorare seriamente finché non mi trainò nel tipo di negozio che non avevo mai frequentato, perché il prezzo di un paio di calzini sarebbe stato al di fuori delle mie possibilità.
“Sei all’incirca una seconda.” Era un’affermazione, non una domanda.
Mi usò come mulo da carico, sommergendomi sotto una sconcertante quantità di vestiario.
Talvolta la vedevo prendere una taglia extra-small quando trovava qualcosa per lei.
I vestiti che selezionava per sé erano tutti in tessuto leggero, ma a maniche lunghe o lunghi fino al pavimento, scelti per coprire quanto più possibile della sua pelle. Un capello di paglia nero con una tesa larga coronava la montagna di vestiti.
La commessa ebbe una reazione simile all’insolita carta di credito, diventando più servile e chiamando Alice ‘miss’. Ma il nome che diceva mi era sconosciuto. Una volta che fummo di nuovo nel centro, le nostre braccia cariche di buste, delle quali lei portava la maggiorparte, glielo chiesi.
“Come ti ha chiamato?”
“La carta di credito dice Rachel Lee. Dobbiamo stare molto attenti a non lasciare traccie per il segugio. Andiamo a cambiarti.”
Ci pensai su mentre mi portava di nuovo ai servizi, spingendomi nel bagno per disabili così avrei avuto spazio per muovermi. La sentii frugare nelle buste, finalmente passandomi sopra la porta un vestito di cotone azzurro chiaro. Grata, mi strappai di dosso i jeans di Rosalie troppo lunghi e troppo stretti, mi tolsi la camicia che si gonfiava nei posti sbagliati, e li lanciai sopra la porta. Lei mi sorprese spingendo sotto la porta un paio di sandali di pelle morbida – quando li aveva presi? Il vestito mi stava stupefacentemente bene, il taglio costoso evidente nel modo in cui mi fluiva attorno.
Uscendo dalla cabina notai che stava buttando i vestiti di Rosalie nella spazzatura.
“Tieni le tue scarpe da ginnastica,” disse. Le misi in cima ad una delle buste.
Ci dirigemmo di nuovo verso il garage. Alice ricevette meno occhiate questa volta; era così piena di buste che la sua pelle era appena visibile.
Jasper stava aspettando. Scivolò fuori dalla macchina appena ci avvicinammo – il portabagagli era aperto. Mentre prendeva le mie buste per prime, lanciò ad Alice uno sguardo sardonico.
“Sapevo che sarei dovuto venire,” mormorò.
“Sì,” concordò lei, “ti avrebbero adorato nel bagno delle donne.” Lui non rispose.
Alice scavò velocemente nelle buste prima di metterle nel portabagagli. Passò a Jasper un paio di occhiali da sole, mettendosene uno. Diede a me il terzo paio, e mi passò la spazzola. Poi tirò fuori una leggera camicia nera a maniche lunghe e la indossò sopra la sua maglietta, lasciandola aperta. In fine aggiunse il cappello di paglia. Su di lei, il completo improvvisato appariva come se appartenesse ad una sfilata di moda. Afferrò un’altra manciata di vestiti e, arrotolandolandoli in una palla, aprì la portiera posteriore e fece un cuscino sul sedile.
“Tu hai bisogno di dormire,” ordinò fermamente. Mi trascinai obbediente sul sedile, posando subito giù la testa, raggomitolandomi su un lato. Ero mezza addormentata quando il motore prese vita.
“Non avresti dovuto prendermi tutte quelle cose,” biascicai.
“Non ti preoccupare per quello, Bella. Dormi.” La sua voce era quieta.
Fu l’indolenzimento per aver dormito in una posizione contratta a svegliarmi. Ero ancora esausta, ma improvvisamente nervosa appena ricordai dove stavamo. Mi sedetti per vedere la Valle del Sole aprirsi di fronte a me; la vasta, piana distesa di tetti di tegole, palme, autostrade, smog e piscine, abbracciata dalla bassa cresta rocciosa che noi chiamavamo montagna. Fui sorpresa di non sentire alcun senso di sollievo, ma solo un’irritante malinconia per i cieli piovosi e le mura verdi del posto che per me significava Edward. Scossi la testa, tentando di rimandare indietro la disperazione che minacciava di schiacciarmi. Jasper e Alice stavano parlando; sapendo, sono sicura, che ero di nuovo cosciente, ma non diedero alcun segno di averlo notato. Le loro voci delicate e veloci, una bassa, l’altra alta, fluttuavano armoniose intorno a me. Stabilii che stavano discutendo sul posto dove stare.
“Bella,” Alice si rivolse a me casualmente, come se stessi già partecipando alla discussione.
“che strada dobbiamo fare per arrivare all’aereoporto?”
“Resta sulla I-10,” dissi automaticamente, “ci passeremo davanti.”
Pensai per un momento, il mio cervello ancora annebbiato dal sonno.
“Prenderemo l’aereo?” chiesi.
“No, ma è meglio essere vicini per ogni evenienza.” Prese il suo cellulare e chiamò le informazioni. Parlò più lentamente del solito, facendo domande su hotel vicino all’aeroporto, accettando un suggerimento, facendo una pausa mentre veniva messa in comunicazione. Prenotò per una settimana con il nome di Christian Bower, snocciolando il numero di una carta di credito senza guardarne nessuna. La sentii ripetere le istruzioni nell’interesse del centralinista; ero sicura che non avesse bisogno di aiuto a ricordarle.
La vista del telefono mi aveva ricordato le mie responsabilità.
“Alice,” dissi appena finì, “Ho bisogno di chiamare mio papà.” La mia voce era misurata. Lei mi passò il telefono.
Era tardo pomeriggio; speravo stesse al lavoro. Ma lui rispose al primo squillo. Io mi rattrappii , immaginando il suo volto ansioso al telefono.
“Papà?” chiesi esitante.
“Bella! Dove sei, tesoro?” Il sollievo forte nella sua voce.
“Sono sulla strada.” Non c’era bisogno di fargli sapere che avevo passato tre giorni in autostrada notte compresa.
“Bella, devi tornare indietro.”
“Ho bisogno di andare a casa.”
“Parliamone, tesoro. Non sei costretta a partire per colpa di qualche ragazzo.” Sapevo che stava molto attento.
“Papà, dammi una settimana. Ho bisogno di pensarci su, e poi deciderò se tornare indietro. Tutto questo non ha niente a che fare con te, ok?” La mia voce tremò leggermente, “Ti voglio bene, papà. Qualunque cosa decida, ci rivedremo presto. Te lo prometto.”
“Ok, Bella.” La sua voce era rassegnta. “Chiamami quando arrivi a Phoenix.”
“Ti chiamerò da casa, papà. Ciao.”
“Ciao, Bells.” Esitò prima di attaccare.
Almeno ero di nuovo in buoni rapporti con Charlie, pensai passando il telefono ad Alice. Lei mi guardò attentamente, forse in attesa di un’altra crisi emotiva. Ma ero semplicemente troppo stanca.
La città familiare volò davanti al mio finestrino scuro. Non c’era traffico. Attraversammo velocemente il centro e poi voltammo intorno al lato nord dello Sky Harbor International, girando a Tempe a sud. Appena fummo sull’altro lato del letto asciutto del Salt River, a circa un miglio dall’aereoporto, Jasper uscì dall’autostrada su comando di Alice. Lei lo condusse facilmente sulla superficie di strade all’entrata dell’aereoporto Hilton.
Io stavo pensando al Motel 6, ma ero sicura che loro avrebbero ignorato ogni preoccupazione per i soldi.
Sembravano averne una riserva infinita. Entrammo nel parcheggio sotto l’ombra di un lungo pergolato, e due fattorini si avvicinarono veloci ai lati dell’impressionante automobile. Jasper ed Alice saltarono fuori, molto simili a star del cinema con i loro occhiali da sole. Io uscii goffamente, indolenzita dalle lunghe ore in macchina., sentendomi scialba. Jasper aprì il portabagagli e il personale ossequioso scaricò velocemente le nostre buste in un carrello di ottone. Erano troppo ben allenati per mostrare sguardi sorpresi di fronte alla mancanza di veri bagagli.
La macchina era molto fredda nel suo interno buio; uscire nel pomeriggio di Phoenix, anche all’ombra, era come infilare la testa in un forno regolato per cuocere l’arrosto. Per la prima volta in quel giorno, mi sentii a casa.
Jasper camminò sicuro a grandi passi nell’atrio vuoto. Alice si tenne attentamente al mio lato, mentre i fattorini ci seguivano diligentemente con le nostre cose. Jasper si avvicinò al bancone con il suo attegiamento inconsapevolmente regale.
“Bower,” fu tutto quello che disse alla receptionist dall’aria professionale. Lei elaborò velocemente l’informazione, con solo il più piccolo degli sguardi verso l’idolo dai capelli dorati di fronte a lei a tradire la sua educata competenza.
Fummo condotti velocemente alla nostra larga suite. Sapevo che le due camere da letto erano solo per convenzione. I fattorini scaricarono efficentemente le nostre buste mentre io mi accasciavo sul divano e Alice danzava lungo la suite per esaminare le altre stanze. Jasper strinse loro le mani quando se ne andarono, e lo sguardo che si scambiarono mentre uscivano dalla stanza era più che soddisfatto; era euforico. Poi fummo soli.
Jasper andò verso le finestre, chiudendo saldamente le tende. Alice riapparve e mi lasciò cadere in grembo un menù del servizio a domicilio.
“Ordina qualcosa,” istruì.
“Sto bene così,” dissi fiaccamente. Lei mi guardò storto, e riagguantò il menù. Brontolando qualcosa su Edward, prese il telefono.
“Alice, davvero,” iniziai, ma il suo sguardo mi zittì. Appoggiai la testa sul bracciolo del divano e chiusi gli occhi.
Un colpo alla porta mi svegliò. Saltai sù così velocemente che scivolai giù dal divano sul pavimento e sbattei la fronte contro il tavolino da caffè.
“Ow,” dissi, inebetita, strofinandomi la testa.
Sentii Jasper scoppiare a ridere, alzai lo sguardo e lo vidi coprirsi la bocca nel tentativo di ingoiare il resto del suo divertimento. Alice andò ad aprire, tenendo le sue labbra fermamente premute insieme, gli angoli della bocca rivolti all’insù.
Io arrosii e mi arrampicai di nuovo sul divano, tenendomi la testa fra le mani. Era il mio cibo; l’odore di carne rossa, formaggio, aglio e patate turbinò seducente intorno a me. Alice portò il vassoio disinvolta come se avesse fatto la cameriera per anni, e lo posò sul tavolino alle mie ginocchia.
“Hai bisogno di proteine,” spiegò, sollevando la cupola argentata per rivelare una grande bistecca e una scultura di patate decorativa. “Edward non sarà contento se l’odore del tuo sangue è anemico quando viene.” Ero quasi sicura che stesse scherzando.
Ora che sentivo il profumo del cibo ero di nuovo affamata. Mangiai velocemente, sentendo tornare le energie come gli zuccheri entravano nel mio flusso sanguigno.Alice e Jasper mi ignorarono, guardando il telegiornale e parlando così velocemente e a bassa voce che non riuscivo a capire una parola.
Un secondo colpo suonò alla porta. Saltai in piedi, evitando per un pelo un’altro incidente con il vassoio mezzo vuoto sul tavolino da caffè.
“Bella, hai bisogno di calmarti,” disse Jasper, mentre Alice apriva la porta. Un membro del personale delle pulizie le diede una piccola borsa con il logo dell’Hilton e se ne andò in silenzio.
Alice la portò dentro e me la porse. Io la aprii e trovai uno spazzolino, un dentifricio e tutte le altre cose cruciali che avevo lasciato nel retro del mio pick-up. I miei occhi si riempirono di lacrime.
“Siete così gentili con me.” Guardai Alice e poi Jasper, sopraffatta.
Avevo notato che di solito Jasper era il più attento a mantenere le distanze da me, perciò fui sorpresa quando venne accanto a me e posò la sua mano sulla mia spalla.
“Sei parte della congrega, ora,” scherzò sorridendo caldamente. Sentii una profonda stanchezza diffondersi improvvisamente nel mio corpo; le mie palpebre erano in qualche modo troppo pesanti per restare aperte.
“Molto astuto, Jasper,” sentii dire Alice con tono distorto. Le sue braccia fredde e sottili scivolarono sotto le mie ginocchia e dietro la mia schiena. Mi sollevò, ma mi addormentai prima di raggiungere il letto.
Era molto presto quando mi svegliai. Avevo dormito bene, senza sogni, ed ero più vigile di quanto di solito non fossi appena svegliata. Era buio, ma c’erano raggi di luce bluastra provenienti da sotto la porta. Mi allungai sul lato del letto, cercando di trovare una lampada sul comodino. Una luce si accese sopra la mia testa, io trasalii, e Alice era lì, inginocchiata sul letto accanto a me, la sua mano sulla lampada che era assurdamente montata sopra la testiera.
“Scusa,” disse mentre mi accasciavo sollevata sul cuscino. “Jasper ha ragione,” continuò, “Tu hai bisogno di rilassarti.”
“Bèh, non dirglielo,” borbottai. “Se prova a farmi rilassare ancora una volta andrò in coma.”
Lei ridacchiò. “L’hai notato, eh?”
“Se mi avesse colpito in testa con una padella sarebbe stato meno ovvio.”
“Avevi bisogno di dormire.” Scrollò le spalle, continuando a sorridere.
“E ora ho bisogno di una doccia, ick!” Realizzai che avevo ancora il vestito azzurro, che non era neanche lontanamente stropicciato come aveva il diritto di essere. La mia bocca era asciutta.
“Penso che ti verrà un livido sulla fronte,” disse mentre mi dirigevo verso il bagno.
Dopo essermi lavata mi sentii molto meglio. Indossai i vestiti che Alice aveva posato per me sul letto, una camicia verde militare che sembrava essere fatta di seta, e un paio di pantaloncini di lino scuri. Mi sentivo in colpa che le mie cose nuove fossero tanto più carine qualsiasi altro vestito che avessi lasciato indietro. Era bello fare finalmente qualcosa con i miei capelli; gli shampoo dell’albergo erano di buona qualità e i miei capelli tornarono splendenti. Mi presi il mio tempo nel passare il phon fino a farli diventare perfettamente lisci. Avevo il presentimento che non avremmo fatto molto oggi. Un’ispezione ravvicinata allo specchio rivelò un’ombra che si andava scurendo sulla mia fronte. Favoloso.
Quando finalmente emersi, la luce filtrava intorno ai bordi delle tende spesse. Alice e Jasper erano seduti sul divano, guardando pazientemente la tv quasi muta. C’era un nuovo vassoio di cibo sul tavolo.
“Mangia,” disse Alice, indicandolo fermamente.
Mi sedetti obbediente sul pavimento, e mangiai senza notare il cibo. Non mi piaceva l’espressione sui loro volti. Erano troppo silenziosi. Guardavano la tv senza mai distogliere lo sguardo, anche quando c’era la pubblicità. Spinsi via il vassoio di cibo, il mio stomaco improvvisamente a disagio. Alice guardò giù ora, fissando il vassoio ancora pieno con uno sguardo scontento.
“Cosa c’è che non va, Alice?” chiesi mite.
“Non c’è niente che non va.” Mi guardò con occhi grandi e sinceri ai quali non credetti per un secondo.
“Bèh, cosa facciamo adesso?”
“Aspettiamo che chiami Carlisle.”
“E avrebbe già dovuto chiamare?” Avevo quasi fatto centro. Gli occhi di Alice volarono dai miei al telefono sulla sua borsa di pelle bianca e indietro.
“Cosa significa?” la mia voce tremava, e lottai per controllarla, “Che non ha ancora chiamato?”
“Significa solo che non ha ancora niente da dirci.” Ma la sua voce era troppo leggera, e respirare era improvvisamente più difficile.
“Bella,” disse Jasper in una voce sospettosamente rassicurante, “non hai nulla di cui preoccuparti. Sei completamente al sicuro qui.”
“Pensi che sia quello di cui mi preoccupo?” chiesi incredula.
“Cos’altro c’è di cui proccuparsi?” Anche lui era sorpreso. Poteva sentire le mie emozioni, ma non poteva leggerne la causa.
“Hai sentito cos’ha detto Laurent,” la mia voce era bassa, ma loro potevano sentirmi facilmente, ovviamente. “Ha detto che James era letale. Cosa succede se qualcosa va storto e loro vengono separati? Se capita qualcosa a uno di loro, Carlisle, Emmett... Edward...” deglutii.
“Se quella femmina selvaggia ferisce Carol* o Esme...” la mia voce era diventata più acuta, una nota di isteria che iniziava a salire. “Come potrei vivere con me stessa se la colpa è mia? Nessuno di voi dovrebbe rischiare la propria vita per me – ”
“Bella, Bella, fermati,” mi interruppe, le sue parole che scorrevano veloci. “Ti stai preoccupando delle cose sbagliate, Bella. Fidati di me – nessuno di noi è in pericolo. Sei sotto troppa pressione ora come ora, non aggiungere a quella proccupazioni del tutto inutili. Ascoltami – ” ordinò, poiché avevo distolto lo sguardo, “La nostra famiglia è forte. La nostra sola paura è quella di perderti.”
“Ma perché dovreste – ” stavolta mi interruppe Alice, toccandomi la guancia con le sue dita fredde.
“Edward è stato solo per quasi un secolo. Ora ti ha trovata e la nostra famiglia è intera. Pensi che chiunque tra noi vorrebbe guardarlo negli occhi per i prossimi cento anni se ti perde?”
Il mio senso di colpa svanì lentamente mentre guardavo nei suoi occhi scuri. Ma anche quando fui avvolta dalla calma, sapevo che non potevo fidarmi dei miei sentimenti con Jasper presente.
*Carol era il nome che Stephenie aveva inzialmente dato a Rosalie (anche Jasper all’inizio aveva un’altro nome e si chiamava Ronald). Lei ha detto che le succede ancora di confondersi quando scrive, questa è una prova e a me non andava di correggerla. Se vuoi puoi farlo tu, se non altro sai chi è.

“Se con la mia vita o con la morte ti potrò proteggere, io lo farò”. Aragon
draco: ha un sacco di effetti speciali vero? (la firebolt) peccato che non abbia un paracadute, nel caso in cui si avvicini un dissenatore
harry:peccato nn ti possa spuntare un braccio in più Malfoy cosi forse...ce la faresti a prendere il boccino
«Un anello per trovarli, un anello per domarli, un anello per ghermirli e nel buio incatenarli»Ma finalmente capiva quello che Silente aveva cercato di dirgli. Era, si disse, la differenza fra l'essere trascinato nell'arena ad affrontare una battaglia mortale e scendere nell'arena a testa alta. Forse qualcuno avrebbe detto che non era una gran scelta, ma Silente sapeva -e lo so anch'io- pensò Harry con uno slancio di feroce orgoglio -e lo sapevano anche i miei genitori- che c'era tutta la differenza del mondo"